(Adnkronos) - Nonostante la tensione sia di nuovo in salita, l'accordo tra Stati Uniti e Iran è "a portata di mano", anche se la questione del programma nucleare resta ancora da definire e verrà affrontata più avanti. Ne è convinto Mehrzad Boroujerdi, docente universitario irano-americano della Missouri University of Science and Technology e autore di 'Postrevolutionary Iran: A Political Handbook', che in un'intervista all'Adnkronos evidenzia il ruolo della Cina nel conflitto, le conseguenze del blocco a Hormuz sul mercato petrolifero e sottolinea come gli Stati Uniti abbiano una fretta maggiore di chiudere un'intesa rispetto alla Repubblica islamica.
"Credo che l'accordo sia ormai a portata di mano, anche se la soluzione finale sul dossier nucleare non è stata ancora raggiunta. Quella arriverà più avanti", afferma il docente, secondo cui la chiusura dello Stretto di Hormuz ha avuto un impatto enorme sul mercato dell'energia mondiale, creando pressioni che l'Amministrazione americana non può più permettersi di ignorare. "I mercati hanno risentito enormemente della chiusura di Hormuz. Le conseguenti spinte inflazionistiche e le interruzioni delle catene di approvvigionamento non erano qualcosa che Trump potesse ignorare ancora per molto", spiega.
Teheran, prosegue, dal canto suo è abile ad usare il controllo sullo stretto come leva negoziale. "L'Iran riaprirà lo stretto soltanto quando gli verranno garantite concessioni importanti. E sa anche di poterlo chiudere in qualsiasi momento se gli sviluppi non andranno nella direzione desiderata", dichiara Boroujerdi, secondo cui è Washington ora a mostrare maggiore urgenza nel raggiungere un'intesa. "A mio giudizio Washington è più ansiosa di raggiungere un accordo, mentre Teheran può permettersi di aspettare più a lungo perché vuole essere sicura che non si arrivi a un accordo inutile e che non venga poi nuovamente attaccata".
Boroujerdi analizza inoltre il ruolo cruciale della Cina nella crisi, evidenziando come il gigante asiatico importi il 70% del suo fabbisogno petroliero, il 30% del quale passa proprio attraverso lo stretto. "Pechino non acquista greggio soltanto dall'Iran, ma anche dagli altri Paesi del Golfo e ha un interesse enorme nel vedere terminare questa guerra", ritiene l'esperto, ricordando che la Cina "ha bisogno di stabilità commerciale".
Il professore mette in luce infine le "divisioni interne" presenti sia negli Stati Uniti che in Iran e che frenano un'intesa. "Trump avrà difficoltà a presentare questo accordo come migliore rispetto a quello del 2015 e riceverà critiche dagli ambienti più conservatori e filo-israeliani - conclude - Anche in Iran, i falchi osservano con estrema attenzione l'evoluzione dei negoziati con l'obiettivo di assicurarsi che nessuno svenda il Paese".





