(Adnkronos) - L'amore, la rinascita, la paura della solitudine in un mondo sempre più diviso e la voglia di riprendersi la felicità. Abbiamo ascoltato in anteprima le canzoni del Festival di Sanremo 2026, in programma dal 24 al 28 febbraio. Quelle che seguono sono le pagelle stilate subito dopo il primo ascolto delle 30 canzoni in gara selezionate da Carlo Conti. Una prima impressione sui 30 brani, che sono tanti da ascoltare una dopo l'altro una sola volta. Un giudizio che, chiaramente, potrà cambiare nel corso del festival, dopo nuovi ascolti, con l'interpretazione live degli artisti accompagnata dall'orchestra del festival.
Basta il vociare dei bambini e l'attacco del pianoforte per capire che siamo a casa Paradiso. ‘I Romantici’ è uno specchio in cui il cantautore romano riflette se stesso e un'intera generazione. Questa volta, nel suo racconto ci sono la figlia (“Spero che mia figlia sia uguale a sua madre / Bellissima che non so come fa”), il confronto con la figura paterna (“io non farò come ha fatto mio padre, gelido”) e le promesse d'amore quotidiane (“Ti darò sempre un bacio prima di partire”). È un manifesto del romanticismo millennial, come dichiara fin dal titolo, per quelli che "guardano il cielo" e "il treno che se ne va". Si candida senza dubbio a diventare una delle canzoni protagoniste di questo festival. Generazionale.
Da un'artista elegante e sofisticata come Malika Ayane ci si aspetta sempre un tocco di classe, una firma inconfondibile. Questa volta, però, la svolta verso territori inesplorati non convince fino in fondo. Abbandonata la classica ballad, Malika si lancia in un pezzo dance con un intro samba-pop e ambizioni da sound internazionale. L'operazione, però, suona datata e finisce per ricordare un po' troppo da vicino i Dirotta su Cuba degli anni '90, senza però averne la stessa freschezza. Un esperimento coraggioso sulla carta, ma che all'ascolto si rivela un'occasione mancata. L'animale notturno di Malika, questa volta, non graffia. Articolato.
Il brano di Sayf, su un ritmo coinvolgente che ricorda il primo Max Gazzè, unisce due anime: da un lato, le strofe fotografano la realtà con riferimenti a disuguaglianze sociali, attualità (“L’Emilia che si allaga/ E la Liguria pure”) e citazioni politiche, come quella di Berlusconi (“E come ha detto l’imprenditore/ ‘L’Italia è il paese che amo’”); dall'altro, il ritornello è una dichiarazione d'amore semplice e molto orecchiabile. Il messaggio di fondo è che, in un mondo segnato dall'avidità, l'amore diventa l'unica vera forza unificante, con la speranza “che possiamo ripartire tutti a mano a mano”. Consapevole.
L'impianto è quello del brano classico, quasi accademico. Un pianoforte fa da Cicerone in un percorso sonoro elegante ma privo di sussultI. 'Opera' è un titolo ambizioso che promette grandezza, dramma e intensità, ma la canzone appare come un esercizio di stile troppo formale. E anche il ritornello (“semplicemente la vita/ semplicemente follia/ cantami ancora il presente nella vanità io sono Musa, colore tagliante e poi l’Opera, l’Opera”) non convince. Patty Pravo si presenta con un brano che la protegge ma non la valorizza. Un'opera d'arte dovrebbe emozionare, scuotere, far riflettere. Questa, purtroppo, scorre via. Inconsistente
Un brano urban-rap coraggioso e denso, che non si concede al primo ascolto ma chiede di essere esplorato. Luchè costruisce un "Labirinto" di parole e introspezione, dove perdersi è parte dell'esperienza. È una riflessione sulla crescita e sulla fama, dove la competizione è prima di tutto con noi stessi (“E’ quello che so di te/ è che sei bella come una bugia/ detta per non piangere” e “in questo labirinto siamo in due”). Il brano ha un'identità forte pur aprendosi ad una sonorità più pop del solito per l'artista. Un pezzo stratificato che promette di crescere ad ogni ascolto. Perspicace.
Una ballad romantica, nella piena tradizione sanremese ma che suona fresco e moderno. Un inno per i sognatori e per chi vuole parlare d’amore. I cambi di scala del brano esaltano (finalmente) le qualità vocali dell’artista, che emergono con una potenza e una pulizia forse mai così evidenti in passato. Il pezzo si presta magnificamente all'accompagnamento orchestrale. Pregevole
Renga al 100% ma con il serbatoio vuoto. Se l'intenzione era quella di regalare al pubblico una ballad intensa e riconoscibile, l'obiettivo è centrato solo a metà: la canzone è immediatamente riconoscibile come sua, ma l'intensità è un miraggio. Un brano che promette di mostrare "il meglio" (“il peggio di me lascialo in macchina/ fra tutti i miei/ dettagli sei tu il meglio di me, il meglio di me”) ma che finisce per suonare come un'autocitazione stanca e priva del mordente necessario per lasciare il segno. Un compitino svolto senza rischi e, purtroppo, senza ispirazione. Inoffensivo.
Un'invettiva contro le seccature della vita moderna. ‘Che Fastidio!’ è una scarica di energia elettro-pop che promette di far ballare l'Ariston. Con un’ ironia tagliente e senza fronzoli, Ditonellapiaga stila un elenco spietato e divertente di tutto ciò che la infastidisce. Dalla moda di Milano allo smog romano, dal sogno americano al politico italiano, fino a toccare i cliché del benessere radical chic, tra pilates e pranzi salutari. Nessuno è risparmiato. Travolgente.
L'idea di base è lodevole: un inno all'amore autentico, che va oltre il trucco e le apparenze. Il tema della "naturalezza" è un porto sicuro, universalmente apprezzato. Tuttavia, è un brano "vorrei ma non posso". Vorrebbe essere un inno generazionale all'autenticità (“Ma non vale se ora mi guardi/ Con quei occhi lucidi e mi macchi/La felpa con il nero dell’eyeliner tu che sei più bella al naturale”) ma non ha né la forza lirica né la spinta musicale per diventarlo. Scivola via senza infastidire. Incompiuto.
Porta al Teatro Ariston una festa, la celebrazione dell'amore felice, coronato dal matrimonio, ma anche della sua affermazione personale. Non è un'operazione nostalgia ma la voglia di festeggiare dei traguardi. Non ha l'appeal (neo)melodico di ‘Rossetto e caffè’, ma è un brano destinato a diventare 'tormentone', magari anche come colonna sonora social di tutte le proposte di matrimonio dei prossimi mesi (“Con la mano sul petto/ io te lo prometto/ davanti a Dio/ saremo io e te/ da qui sarà per sempre sì”). Un pezzo solare e onesto che compie la sua missione: portare allegria senza troppe pretese. Solare.
Una ballad romantica e profonda, dedicata alla difficoltà quasi fisica di esprimere i propri sentimenti. “Se potessi vestire la mia pelle vibrare del mio suono sapresti perché non ho mai trovato il modo per spiegare cos’è l’amore, per me. Se l’amore sei tu”, canta Levante che con la sua voce insieme delicata e graffiante crea un'atmosfera intima e originale. La melodia non ha un gancio immediato ma il pezzo potrà crescere negli ascolti successivi. Sospesa.
'Uomo che cade' è un brano che raggiunge la sufficienza grazie alla sua onestà di fondo e a un ritornello indovinato. Tredici Pietro fa il suo, senza commettere errori evidenti ma anche senza osare. La canzone si adagia su una formula sicura, ma non è memorabile. L'idea del "botto" finale, che simula la caduta, è un dettaglio originale, ma suona quasi come un espediente per dare carattere a una produzione altrimenti prevedibile. Manca un elemento musicale che catturi davvero l'attenzione. Didascalico.
Si parte con un fischio, un'apertura quasi cinematografica che introduce un brano cantautorale denso e riflessivo. La penna di Nigiotti unita a quella di Pacifico si fa sentire: il testo è un flusso di coscienza, tra immagini potenti e parole ricercate, che fotografa un'eterna lotta interiore. Nigiotti ci porta nel suo mondo, tra "i mostri che c’ho dentro che mi fanno cadere" e la consapevolezza che "mentre fuori scoppia un altro inferno, da qualche parte adesso è già domani". La melodia a tratti fatica a sostenere il peso delle parole. È un brano che descrive perfettamente la frustrazione di un tempo che "corre, quanto è stronzo, sorpassa e poi ti ruba il posto", ma che musicalmente non compie lo stesso scatto in avanti. Cerebrale.
‘Ossessione’ sì ma a tempo determinato. Samurai Jay, al suo esordio sul palco del festival, tenta la carta più classica e, al tempo stesso, più rischiosa: quella del potenziale tormentone estivo (“Come un’ossessione stanotte ritorni qui/ Al centro delle mie fantasie ti amo solo di venerdì bailando contigo asì per un’ora ti sento mia”). Il brano si presenta con tutti i crismi del caso: un ritmo latino ammiccante, una produzione pulita e una melodia che punta a entrare in testa fin dal primo ascolto. È un brano che indossa il vestito dell'estate ma che ha l'anima di un prodotto forse a scadenza ravvicinata. Estivo.
Serena Brancale si spoglia di ogni orpello e si presenta nella sua forma più pura, intima e potente. Il brano è una lettera d'amore struggente alla madre che non c'è più, dove pianoforte e voce sono i protagonisti assoluti. La melodia è il tappeto perfetto su cui la sua voce può volare, esplorare, commuovere. E già ci figuriamo che succederà all'Ariston con l'orchestra. Il finale, con la sua intensità, è degno di un musical. Emozionante.
Il brano di Robalba Pippa è una confessione sussurrata, una "magica favola" al contrario, dove la magia non sta nel lieto fine, ma nella consapevolezza che si acquisisce solo vivendo, col tempo che passa. Seppur non incisivo al primo ascolto, il brano rivela la sua intensità attraverso la sincerità del testo e la delicatezza delle immagini, che l'accompagnamento orchestrale saprà senza dubbio esaltare, insieme alle capacità vocali indiscutibili di Arisa. Il messaggio di pace interiore ritrovata è perfettamente racchiuso nel verso finale: “non c’è più bianco né il nero ma l’arcobaleno più grande che c’è, c’è l’arcobaleno qui dentro di me”. Introspettiva.
William Mezzanotte, in arte Nayt, porta sul palco un rap crudo e sincero. L'intenzione è nobile: raccontare il paradosso della distanza nell'era dei social ("prima che tu faccia un post, prima che controlli i like") e il bisogno di un incontro autentico. Il brano, però, soffre di un eccesso di ambizione. Nayt mette troppa carne al fuoco: la critica al digitale, il primo amore, la prima droga, la fatica di "sopportarsi a vicenda". Il risultato è un flusso di coscienza che, pur contenendo spunti potenti come il ritornello "La realtà non si vede finché io non ti vedo", non trova una direzione chiara e finisce per risultare dispersivo. Dispersivo.
La penna acuta di Dargen si unisce a un ritornello catchy per entrare nel dibattito sull'intelligenza artificiale: “Ai AI cosa mi fai? Mi dici vieni qui poi te ne vai ai ai bye bye ma come bye ho perso il tuo contatto me lo ridai?”. La critica al mondo dell'arte e della musica è tutt'altro che banale, condensata nella geniale citazione di Carlos "Kaiser" Raposo: il calciatore che costruì una carriera senza mai giocare, metafora perfetta di un sistema basato più sull'immagine che sul talento ("In Italia troppa arte, piedi più belli delle scarpe"). Il brano, pur intelligente, rischia di essere percepito come troppo simile ai suoi precedenti sanremesi. L'artista sembra aver trovato una comfort zone sonora da cui, per ora, non intende uscire. Sicuro.
Il testo è un flusso di coscienza intimo e personale. La collaborazione con il figlio Samuele Riefoli aggiunge un innegabile strato di sincerità e affetto al racconto, che Raf stesso definisce "molto autobiografico"(“Ora e per sempre resterai/ ci sarai anche se mai più ti rivedrò/ sei nell’anima e lì che ti cercherò/ quando mi mancherai ora e per sempre sarai”). Tuttavia, le sonorità, gli arrangiamenti, la stessa linea melodica sembrano provenire direttamente da una macchina del tempo puntata sul 1995. Un'operazione nostalgia riuscita a metà. Nostalgico.
L'intento sembra chiaro: mescolare una chitarra dal sapore latino e un testo che trabocca di passione per confezionare il perfetto tormentone, pronto per i balletti sui social. Sulla carta, gli ingredienti ci sono tutti: l'amore definito viscerale, ma in realtà sfuggente, la metafora potente ("Tu sei Napoli sotterranea"), l'inserto in dialetto che fa colore ("Ossaje che è una tarantella"). Tuttavia, il risultato finale suona artificioso. Prevedibile.
Le Bambole portano all'Ariston un pezzo pop-rock impegnato, tra empowerment femminile e coscienza sociale ("Per diventare ciò che sono ho camminato sola, sono una donna che non guarda in faccia a niente, mi hanno guardato male ma è il giudizio della gente”), che sfocia in appello a restare insieme “in questi tempi di odio". Il brano è molto radiofonico ma rischia di deludere chi da questa girlband rock-pop-punk si aspettava più ruvidezza. Un buon pezzo che non graffia come potrebbe. Emancipato.
Il suo cantautorato fresco e sincero ci porta a spasso per una Roma quotidiana, tra "il vento della metro" e le piccole disfatte di ogni giorno, dove trovano spazio anche “classifiche e Sanremi”. È un percorso a ostacoli tra chiavi perse e semafori rossi, la fotografia di una vita che va di corsa ma sembra restare indietro. In mezzo a questo caos, una speranza romantica e disarmante: “Spero di essere il migliore dei tuoi sbagli”. Fiducioso.
C'è un coraggio gentile e una forza disarmante nel brano che Ermal Meta porta sul palco dell'Ariston. "Stella Stellina" parte con l'eco di una ninna nanna che tutti conosciamo e si trasforma in un canto poetico e necessario per le piccole vittime di Gaza. La produzione di Dardust, con le sue sonorità mediorientali guidate dall'oud (in arabo, "legno"), una sorta di mandola, crea un'atmosfera struggente e coinvolgente. Il testo, delicato ma potente, racconta una tragedia senza nominarla, rendendola universale, e conserva un filo di speranza nell'attesa della "primavera". Un brano forte, destinato a colpire al cuore chi lo ascolta. Struggente.
L'intenzione dietro "Voilà" è chiara e, a suo modo, apprezzabile: creare un pezzo di pura evasione estiva, un invito leggero e spensierato a lasciarsi andare. Elettra Lamborghini si muove su un terreno che conosce bene, puntando su un ritmo ballabile e su un'immagine pop e colorata. Tuttavia, l'esecuzione fatica a sollevarsi da una formula prevedibile. Nemmeno la citazione-omaggio all'icona nazionale Raffaella Carrà ("viva viva viva la Carrà") riesce a far decollare il pezzo. Mancata.
Chiello arriva sul palco dell'Ariston e mette in bella mostra la sua penna. La sua è una scrittura generazionale, che non ha paura di sporcarsi le mani con i sentimenti e di raccontare il caos senza filtri. Il brano, scritto con l'ottimo Tommaso Ottomano, è il racconto di chi vorrebbe andare avanti ma non ci riesce, di chi si aggrappa a ciò che resta: "ti penso sempre, voglio disinnamorarmi e non è rimasto niente, solo una scheggia di noi due”. La base musicale, essenziale e potente, poggia su un binomio di batteria e chitarra che evoca l'urgenza del racconto. Il paragone con un Achille Lauro della prima ora affiora subito: c'è la stessa attitudine un po' punk, la stessa urgenza confessionale che fonde poesia e strada. Sincero.
Un intro di chitarra apre una ballad romantica ed evocativa, la confessione di un amore trattenuto per paura di distruggere un'amicizia. Il ritornello esplode in un'accusa carica di affetto e dispiacere (“Ma se lo sai che scegli sempre quello che ti farà male…”), di quelle che gonfiano le vene sul collo e si cantano a squarciagola. Eddie Brock è l'underdog di questa edizione che potrebbe far esclamare a tutti: “Non lo abbiamo visto arrivare”. Liberatorio.
Un duo sofisticato e originale per un brano intelligente, ironico e semplicemente delizioso. Maria Antonietta e Colombre portano sul palco un piccolo gioiello di indie-pop che mette il buonumore, ma lo fa con il cervello acceso e un sorriso sardonico. La canzone smonta con acume i mantra del benessere da rotocalco o social. La soluzione metaforica è la "rapina": un invito a smettere di autocommiserarsi e a riprendersi con forza la propria vita e la propria gioia. Perché la felicità non si aspetta, ma, come cantano, "ce la prendiamo e basta ". Piacevole.
Se l'anno scorso era una scommessa vinta, quest'anno è una solida conferma. L'incontro tra Fedez e Marco Masini si dimostra una formula vincente, capace di unire due mondi e due generazioni solo apparentemente distanti. Il risultato è un brano intenso, denso di parole, che funziona come un dialogo a due voci. Fedez non si risparmia e, con la sua consueta schiettezza, mette sul piatto le cicatrici, rispondendo ai suoi detrattori con barre affilate e provocatorie: "La gente pudica giudica che brutta gente che frequenta Fedez / Ma ci si dimentica sempre che Giuda se la faceva con gente per bene”. Poi il brano esplode nel ritornello, affidato alla potenza vocale di Masini, che trasforma il pezzo in un mantra per ricordare che le tempeste sono opportunità. Riusciti.
Michele Bravi torna sul palco di Sanremo nel suo territorio d'elezione: la ballad intensa e malinconica. Il brano offre uno sguardo dolce e intimo sul mondo degli "inadeguati", di chi si sente fuori posto dopo la fine di un amore, aggrappato ai ricordi e a una speranza. La sua voce, a tratti volutamente straziata, è lo strumento perfetto per veicolare un flusso di coscienza doloroso, un monologo interiore fatto di abitudini post-rottura: "a scorrere le foto fino all’infinito e ridere da solo, pensa tu che scemo”. Al brano al primo ascolto manca però un appiglio melodico forte che lo possa rendere indimenticabile. Incompiuta.
J-Ax fa J-Ax, e questo è al tempo stesso il pregio e il limite del suo "Italia Starter Pack". Lo Zio torna sul luogo del delitto, ovvero la fotografia ironica e disincantata del Belpaese, aggiornando il suo classico "L'italiano medio" ma in versione country. L'operazione funziona: elencare in rima i cliché, le scorciatoie e le contraddizioni necessarie per sopravvivere qui da noi (“Serve una brutta canzone che fa… pa pa parappa/ Mollare tutto a metà/ Qui per campare serve, un po’ di culo sempre”). Il brano è costruito per essere orecchiabile e radiofonico, e ci riesce senza sforzo. Ruffiano.
(di Loredana Errico)











